16
Mag
2010
RiformaGelmini: non c'è merito senza reddito PDF Stampa E-mail
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... non c'è Università senza partecipazione!

Gli atenei italiani hanno analizzato e studiato il ddl Gelmini in un anno e mezzo dalla presentazione. Passando per una serie di scioperi ed assemblee interfacoltà, si è giunti, nello scorso marzo, ad avere, oltre alla condivisibile protesta continua dei ricercatori, un parzialissimo movimento persino interno alla CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, che ha riscoperto un nuovo modesto slancio protestatario in vista di una “collaborazione” nelle quotidiane assemblee studentesche.

I Magnifici, in particolare, si sono contraddistinti in queste occasioni per l’aver avocato più potere per il ruolo che rappresentano; loro che sono i primi corresponsabili dei malanni dell’Università italiana, gli stessi che hanno permesso ed avvallato l’apertura di un numero eccessivo di atenei periferici, senza biblioteche e senza laboratori, quelli che fino a poco tempo fa tacevano sulle ingiustizie endemiche al mondo universitario, complici del silenzio generale attorno al vergognoso status dei ricercatori, oggi lamentano la “controriforma” minacciando pero’ di rivalersi sulla pelle degli studenti tramite l’ennesimo aumento delle rate universitarie.

Perché si sa, i baroni ultrasessantenni di ieri e di domani, dalla riforma non verranno nemmeno sfiorati:come sempre si recupereranno i fondi vergognosamente abbattuti dalla scure Tremonti-Gelmini obbligando i ricercatori ad accettare per l’eternità contratti da telefonista di call center e gli universitari a pagare rate nemmeno commentabili.

Tra loro, i primi della lista saranno- dove non sono già- i tanto deprecati “studenti fuori corso”: additati da molti docenti, dai Rettori e da buona parte dei Consigli d’Amministrazione delle nostre Università come “lavativi”, esplicitamente penalizzati dalla Gelmini, gli stessi pagheranno rate più salate. Come se già non pagassero di più per la semplice ragione che si iscrivono per più anni. Perché in Italia un fuori corso è per forza un perditempo, uno che bivacca parcheggiato all’Università per 10 anni, un peso per la società. Non conta se lo stesso “fannullone” magari lavora per pagarsi gli studi, se ci impiega più tempo perché approfondisce meglio quanto si vorrebbe far apprendere solo empiricamente, nella corretta logica di un sapere interiorizzato e metabolizzato. Perché l’Università è vista come un percorso da svolgere in fretta, un just in time per conseguire il pezzo di carta: in piena linea con lo stesso s-ragionamento che prevede che se a 25 anni non sei laureato o non lavori (l’attenuante della crisi è, appunto, solo un’attenuante) sei un fallito. Magari hai girato il mondo, eventualmente hai letto migliaia di libri o non ti interessa diventare manager e studi per il semplice gusto di farlo:resti comunque un fallito. Siamo lontani anni luce da una concezione dell’Università come tempio di confronto, centro dove la Cultura è fatta di scambio e riflessione profonda. L’Università diventa sempre più azienda, dall’azienda riprende i ritmi eccessivi ed al contempo la qualità degli insegnamenti è sempre più scarsa. Perché la Gelmini non penalizza i cattedratici over 70 che le lezioni non le tengono nonostante siano lautamente pagati per farlo, oppure quelli che arrivano con un’ora di ritardo, o anche gli stessi che un anno si un altro si sono in anno sabbatico.

No, l’Italia della Gelmini risparmia sui giovani; mentre tutto il mondo investe sugli stessi ed attira studenti da ogni parte del pianeta, il nostro paese è fanalino di coda in Europa per gli investimenti in ricerca, innovazione, cultura, a cui dedica un misero uno virgola.

Per peggiorare la situazione, il Ddl Gelmini ha deciso di ignorare la figura del ricercatore a tempo indeterminato, in quanto le nuove assunzioni saranno basate sulla figura del ricercatore a tempo determinato.

Eppure la figura del ricercatore è fondamentale nel mondo dell'Università italiana, dove circa il 40% delle lezioni sono tenute dai 24 mila ricercatori, che per tale lavoro, esami compresi, percepiscono compensi bassissimi, quando non nulli, a scapito anche della qualità della didattica oltrechè a spese della ricerca che non possono di fatto effettuare. Oltre al colmo la beffa: ai ricercatori non si riconosce nemmeno lo status giuridico di docente, pur essendolo di fatto.

Un panorama desolante che mal promette.

La mobilitazione di questi mesi di ricercatori e studenti non è dunque solo la debacle di un sistema d'istruzione, ma è l'avanguardia del crollo di un sistema di credenze liberali che gambizza violentemente il futuro dei giovani italiani, i quali altrettanto violentemente dovranno impedire il definitivo crollo del sapere in uno stato tra i primi d’Europa a promuoverlo, oggi minato da un governo che ha l'intento nemmeno nascosto di mantenerci nell'ignoranza e nella povertà, in continuità con quanto effettuato dai precedenti esecutivi negli ultimi vent’anni.

Altro che progresso, il nostro paese come un treno impazzito corre verso il default culturale (e quindi anche economico). Noi appoggiamo un’ idea di Università differente, pubblica ed anti classista, dove il Senato Accademico eletto dalla comunità universitaria nel suo insieme e non il CdA composto da privati e baroni abbia ogni potere decisionale. Un'Università dove il ricercatore, lo stagista ed il tirocinante abbiano voce in capitolo al posto del dirigismo aziendalistico dei privati, che minacciano il diritto allo studio con le liberalistiche logiche finanziarie del loro privato interesse. Un'Università dove l'accessibilità allo studio sia parificata per studenti abbienti e meno abbienti e dove le regioni si prodighino per restituire i fondi che lo Stato ha tagliato al sapere e dove siano cancellati tutti i provvedimenti che prevedono la trasformazione delle università in fondazioni private.

UFFICIO STAMPA DESTRA UNIVERSITARIA

VIA G. DAL SANTO 4/A 35132 PADOVA

TEL/FAX: 049-7388499



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